OTOLOGIA

L’effetto della musica sull’udito

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La sovraesposizione alla musica è una delle principali cause di preoccupazione per possibili danni all’udito per chi suona e per chi ascolta musica; un lavoro recente ha fatto il punto sulle conoscenze per quanto riguarda l’ipoacusia indotta nello specifico dalla musica.

Con l’evoluzione tecnologica, che permette alle persone di fruire della musica ovunque e con facilità, sta aumentando l’interesse verso i potenziali danni all’udito indotti dalla sovraesposizione alla musica, anche in termini di salute pubblica.

Sebbene gli studi dedicati nello specifico agli effetti della musica sul sistema uditivo siano ancora limitati, le prove finora raccolte suggeriscono che la sovraesposizione alla musica ad alti livelli di intensità possa danneggiare l’udito sia attraverso l’ascolto sia attraverso l’esecuzione: questo fenomeno è definito “ipoacusia indotta dalla musica”, e ha alcune caratteristiche comuni con la perdita di udito correlata all’attività lavorativa, ma mostra anche differenze significative.

In un recente lavoro, due ricercatori statunitensi dell’Università dell’Ohio hanno passato in rassegna le ricerche nel campo dell’ipoacusia indotta dalla musica.

Ipoacusia indotta dalla musica: cosa si sa

Gli studi finora condotti indicano che, per quanto riguarda gli audiogrammi, l’ipoacusia indotta dalla musica e quella dovuta al rumore hanno caratteristiche simili.

Nel complesso, i dati indicano che i musicisti, professionisti e non, rappresentano una popolazione vulnerabile che, in media, presenta soglie uditive significativamente peggiori rispetto a quelle della popolazione generale, in particolare nel range compreso tra 3.000 e 8.000 kHz, e la prevalenza dell’ipoacusia è più elevata nei musicisti rock e pop rispetto a chi suona musica classica.

Alcune ricerche hanno indicato che l’esposizione alla musica classica, se si considerano i livelli registrati durante le prove e le esibizioni delle orchestre sinfoniche (83-112 dB), è simile all’esposizione a un livello di rumore di 85,5 dB per 8 ore, valore superiore a quanto raccomandato dal National Institute for Occupational Safety and Health (NIOSH) statunitense come soglia di esposizione professionale per 8 ore (85 dB). L’ipoacusia indotta dalla musica e le sue conseguenze riguardano anche i proprietari e le persone che lavorano nei locali in cui si propone un intrattenimento musicale, gli ingegneri e i tecnici del suono, i DJ, ecc. Diverse analisi dei livelli sonori in questo tipo di locali hanno identificato picchi variabili tra 95 e 107 dB, valori che, in base alla durata dell’esposizione, possono aumentare in modo più o meno significativo il rischio di perdita dell’udito. 

Se si considera la musica come possibile fonte di ipoacusia neurosensoriale acquisita non si può ignorare il contributo dell’esposizione nel tempo libero. Una ricerca condotta in Canada su oltre 10 mila soggetti ha classificato la musica amplificata e gli apparecchi stereo a casa e in auto tra le principali fonti di esposizione al rumore al di fuori dell’ambito lavorativo: pur essendo prevalenti tra i soggetti di età compresa tra 20 e 40 anni, però, queste fonti non risultavano significativamente associate a problemi uditivi in questa fascia di età, al contrario di quanto osservato nei partecipanti di età compresa tra 50 e 79 anni.

Questo potrebbe indicare che l’esposizione a livelli elevati di musica nel tempo libero non causa danni acuti, ma può contribuire alla riduzione dell’udito indotta dal rumore e a quella legata all’età che si sviluppano nel corso della vita.

La musica come possibile fattore protettivo

Nella ricerca sui possibili meccanismi di protezione dell’orecchio dalla sovrastimolazione acustica, un ambito di interesse riguarda la riduzione della suscettibilità al rumore attraverso il cosiddetto “condizionamento sonoro”. Con il termine condizionamento si intende, in generale, l’insieme dei possibili interventi che possono essere attuati prima che intervenga uno stimolo potenzialmente dannoso, con l’obiettivo di ridurne l’effetto; nel caso specifico del suono, si utilizza l’esposizione, continua o intermittente, a un rumore a bassa intensità nel corso del tempo per ridurre la suscettibilità al danno cocleare provocato dallo stimolo acustico. Numerose ricerche hanno dimostrato questo effetto condizionante in modelli animali, ma ci sono alcuni dati anche sugli effetti positivi del condizionamento sonoro nei musicisti. 

Le evidenze in questo senso sono ancora limitate, e occorrono ulteriori studi per verificare se l’impiego della musica come suono condizionante a bassa intensità possa rappresentare un fattore protettivo rispetto ai danni all’udito causati dall’esposizione ad alti livelli di rumore.

Come evitare gli effetti negativi

“La sovraesposizione alla musica è un importante fattore di rischio di ipoacusia, non solo per i musicisti, ma anche per diverse altre categorie di persone esposte alla musica ad alta intensità per lavoro o nel tempo libero” commentano gli autori. “Tuttavia, poiché la musica è uno stimolo acustico piacevole e attraente, è difficile ottenere una buona aderenza agli interventi di conservazione dell’udito, sui quali sono necessari un’adeguata formazione e approcci innovativi per proteggere il sistema uditivo dalle lesioni neurosensoriali”.

Reference

Reynolds A, Bielefeld EC. Music as a unique source of noise-induced hearing loss. Hear Res. 2023 Mar 15;430:108706.


22 Dicembre 2023
Autore: Redazione


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