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Analizzando i dati dei classici Nurses’ Health Study e Nurses’ Health Study II, un lavoro statunitense pubblicato su JAMA Otolaryngology - Head & Neck Surgery fa emergere i metaboliti circolanti coinvolti negli acufeni e pone nuove basi per approfondimenti futuri
Disturbo soggettivo – e come tale non misurabile – soprattutto quando è persistente, il tinnito condiziona la qualità della vita di chi ne soffre e può rappresentare un autentico enigma per il curante, dato che i trattamenti empirici si rivelano spesso inefficaci. Il problema, in realtà, sta all’origine: i moventi del tinnito, infatti, restano in gran parte ignoti.
Alla radice degli acufeni possono esserci l’esposizione protratta a suoni e rumori di entità elevata, il ricorso a farmaci ototossici o l’otosclerosi, ma anche le patologie cardiovascolari o l’ipertensione, fino all’ansia, allo stress, alla caffeina, all’alcol e alle sigarette.
Le evidenze, in effetti, sottolineano come alla base del disturbo ci sia una complessa interazione tra caratteristiche individuali e fattori ambientali, ma non sono ancora stati decifrati i meccanismi biologici effettivamente in gioco.
Si tratta insomma di un campo in cui le analisi metabolomiche, che riflettono le conseguenze della dieta, dell’ambiente e della composizione del microbiota intestinale, possono fornire risposte interessanti.
È andata appunto alla ricerca di un’associazione tra il tinnito persistente ed eventuali metaboliti circolanti un’analisi statunitense pubblicata su JAMA Otolaryngology – Head & Neck Surgery. Oggetto dell’indagine, due classici studi di coorte: il Nurses’ Health Study e il Nurses’ Health Study II.
Dallo studio di popolazione è emerso prima di tutto che delle 6.477 infermiere coinvolte – età media 52 anni – 488 sono risultate affette da tinnito persistente (>5 minuti al giorno). Rispetto ai controlli, le donne con tinnito presentavano un’età leggermente più avanzata (53 anni vs 51,8), era più probabile che fossero in postmenopausa, che fossero sottoposte a terapia ormonale, e/o presentassero diabete di tipo 2, ipertensione, problemi di udito.
Più specificamente, alle analisi metabolomiche è emerso che alcuni metaboliti plasmatici risultano positivamente associati al tinnito persistente: in particolare l’omocitrullina, tre fosfatildiletanolammine e due trigliceridi; sono invece risultati inversamente associati al tinnito l’alfa-cheto-beta-metilvalerato e il levulinato.
Il lavoro pubblicato su JAMA Otolaryngology - Head & Neck Surgery, che rappresenta il più ampio studio di popolazione che sia stato condotto sui metaboliti plasmatici legati al tinnito, fornisce dunque un’inquadratura dettagliata del profilo di metaboliti che caratterizza i portatori del disturbo.
Come sottolineano gli autori, questa impronta metabolomica può rappresentare un approccio promettente per identificare gli effettivi biomarker degli acufeni e ricostruire i meccanismi fisiopatologici che presiedono alla loro comparsa.
L’ipotesi è che alla base del tinnito ci sia uno squilibrio metabolico che si verifica nel contesto di un intreccio complesso in cui entrano l’iperlipidemia, l’ipertensione e il diabete, così come fattori genetici e ambientali che alimentano l’infiammazione, lo stress ossidativo e la neuroplasticità. Se il profilo metabolico emerso venisse confermato nella popolazione generale, si tratterebbe di un nuovo punto di partenza per ulteriori approfondimenti.
Zeleznik OA, Welling DB, Stankovic K, et al. Association of Plasma Metabolomic Biomarkers With Persistent Tinnitus: A Population-Based Case-Control Study [published online ahead of print, 2023 Mar 16]. JAMA Otolaryngol Head Neck Surg. 2023;e230052. doi:10.1001/jamaoto.2023.0052
08 Settembre 2023
Autore: 1952
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