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Grazie ai numerosi studi condotti nel corso degli anni, il ruolo dei problemi uditivi come fattore di rischio primario per lo sviluppo della demenza è oggi riconosciuto. Ancora troppo poco si sa, però, del meccanismo patologico sottostante questo importante legame.
Le ricerche hanno chiarito che le alterazioni patologiche tipiche della demenza, cioè la formazione delle placche di beta-amiloide, i grovigli neurofibrillari e i segni di atrofia cerebrale, compaiono già circa dieci anni prima che la malattia si manifesti. Si potrebbe quindi ipotizzare una correlazione tra la compromissione dell’udito e l’insorgenza di questi meccanismi patologici che portano alla demenza. Finora, tuttavia, solo pochi studi di piccole dimensioni hanno indagato questo possibile legame.
Per cercare di colmare, almeno in parte, questo gap di conoscenze, un gruppo di ricercatori di diversi centri in Cina e nel Regno Unito ha condotto uno studio su tre coorti di pazienti, mirato a valutare la relazione tra deficit uditivo e i biomarcatori patologici del declino cognitivo.
I ricercatori hanno analizzato i dati di oltre 168.000 pazienti, selezionati da tre coorti indipendenti: 165.550 partecipanti allo studio epidemiologico prospettico UK Biobank, 1.770 soggetti arruolati nello studio ADNI (Alzheimer's Disease Neuroimaging Initiative) e 863 pazienti dello studio CABLE (Chinese Alzheimer's Biomarker and Lifestyle).
UK Biobank è uno studio epidemiologico prospettico che ha arruolato i pazienti in 22 centri del Regno Unito tra il 2006 e il 2010: i partecipanti hanno compilato questionari relativi alla propria condizione di salute, effettuato valutazioni cliniche e di imaging e fornito campioni biologici.
Lo studio CABLE, tuttora in corso in Cina, ha l’obiettivo di individuare i fattori genetici e ambientali in grado di modificare i biomarcatori della malattia di Alzheimer e di stabilirne l’utilità nella diagnosi precoce della patologia. I soggetti arruolati, di età compresa tra 40 e 90 anni, sono stati sottoposto a valutazioni cliniche, neuropsicologiche e psichiatriche complete, e alla raccolta di campioni biologici di sangue e liquido cerebrospinale. I partecipanti senza diagnosi di demenza sono stati inclusi nel nuovo studio.
Infine, lo studio ADNI ha reclutato dal 2003 a oggi circa 3.000 partecipanti di età compresa tra 55 e 90 anni, per i quali sono stati raccolti dati clinici e campioni biologici. I soggetti anziani con funzione cognitiva intatta e quelli con lieve deterioramento cognitivo sono stati inclusi nella presente ricerca.
Per tutti i partecipanti sono stati raccolti, dai database dei tre studi, e analizzati i dati disponibili relativi alle valutazioni dell’udito, alla funzione cognitiva, all’imaging cerebrale e alla presenza di proteine (beta-amiloide, proteina tau fosforilata e totale) nel liquido cerebrospinale.
Nel complesso, oltre 14.600 soggetti analizzati presentavano un deficit di udito, nella quasi totalità dei casi (14.113 soggetti) nella coorte dello studio UK Biobank, l’unica in cui la valutazione uditiva è stata condotta in modo sistematico e ripetuto nel tempo.
L’analisi statistica ha indicato un’associazione tra deficit uditivo e peggiore funzione cognitiva nelle coorti degli studi UK Biobank e CABLE. Dal punto di vista strutturale, la compromissione dell’udito è risultata correlata in modo significativo con un volume ridotto di alcune zone del cervello, come la corteccia cerebrale, l’ippocampo e il lobo parietale inferiore, e con un’alterata integrità dei trattai della materia bianca analizzati.
Partendo da un’analisi genetica effettuata nell’ambito dello studio UK Biobank, inoltre, i ricercatori hanno calcolato un punteggio di rischio poligenico per l’ipoacusia, che è risultato più alto nei soggetti con funzione cognitiva peggiore, volume ridotto di materia grigia e minore integrità della materia bianca.
Negli studi CABLE e ADNI, poi, è emersa una correlazione tra il deficit di udito e il livello elevato di proteina tau nel liquido cerebrospinale.
Infine, le analisi di mediazione hanno mostrato che l’atrofia cerebrale e la patologia tau mediavano in parte l’associazione tra deficit uditivo e declino cognitivo.
“Nel complesso, i risultati suggeriscono che la compromissione dell’udito sia correlata all’atrofia cerebrale, all’accumulo della proteina tau nel cervello e al rischio di declino cognitivo e demenza” spiegano gli autori della ricerca. “Tuttavia, lo studio non ha chiarito se l’ipoacusia sia correlata in modo causale alla demenza o se invece le due condizioni abbiano un’eziologia neurodegenerativa comune. Sono necessarie ulteriori ricerche per confermare i meccanismi alla base dell’associazione tra compromissione dell’udito e demenza”.
Wang HF, Zhang W, Rolls ET, et al. Hearing impairment is associated with cognitive decline, brain atrophy and tau pathology. EBioMedicine. 2022 Dec;86:104336.
07 Marzo 2023
Autore: Redazione
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