FOCUS ON
HOME \ AGGIORNAMENTI \ FOCUS ON \
Nik Spatari, pittore, scultore, è nato a Mammola nel 1929 (Fig. 1).

A soli tre anni, disegnava già le sagome delle barche sulla sabbia e, a nove, vinse il premio internazionale di disegno dell’asse Roma-Tokio-Berlino.
Per lo scoppio di una bomba, avvenuto a Reggio Calabria, durante la seconda guerra mondiale nel 1940, all’età di 11 anni, il suo udito, già compromesso, sparì completamente. La sordità gli ha precluso la possibilità di frequentare la scuola e le accademie d'arte, costringendolo a studiare da autodidatta. Fu così che sviluppò le sue profonde capacità artistiche, partendo dal confronto immediato con i materiali.
Spatari è certamente tra i grandi maestri di tutti i tempi. La sua immaginazione, l’estro e l’intuito, sono imprevedibili, sconfinati.
A 26 anni presenta la “prima mostra personale” con duecento opere al Museo Nazionale di Reggio Calabria che l’artista bambino aveva visto costruire. Il poeta Montale e lo scrittore La Cava pubblicano un articolo di presentazione sul Corriere della Sera. Le prime esperienze internazionali arrivano già alla fine degli anni Cinquanta con la partecipazione, nel 1958, alla Biennale di Venezia. Sempre in quegli anni viaggia per l’Europa, e alla fine del decennio si trasferisce a Losanna.
Subito dopo Spatari si trasferisce a Parigi, dove entra in contatto con il vivace e stimolante ambiente culturale e artistico della città: per circa due anni frequenta lo studio di Le Corbusier, diventandone allievo e collaboratore. Presso di lui persegue per alcuni anni un apprendistato architettonico molto congeniale alle sue inclinazioni verso il primitivismo. Contemporaneamente si dedica alla pittura rupestre e informale e studia la dimensione cosmopolita dell’arte diventando amico di Jean Cocteau, Pablo Picasso, Renato Guttuso, Mimmo Rotella e tanti altri. Cocteau, a una sua personale “rubò” un quadro lasciando un biglietto con la scritta (in francese) “Grazie per queste belle tele”: fu l’inizio di un'amicizia.

In quegli anni Spatari fa la spola tra Parigi, Milano e la Calabria, continuando le personali ricerche pittoriche. Realizza sculture per la Chiesa di Saint Jean Baptiste a Parigi; decora con affreschi e murales la Chiesa dell'Assunta a Grotteria (Reggio Calabria); realizza un murale e un mosaico in vetro di Murano, ispirato alla storia dell'automobile per la Fiat a Mirafiori. Inizia gli studi di ricerca archeologica, protostorica e mediterranea, che poi riporta sulle tele.
Il 1963 è l’anno dell’incontro con l’artista olandese Hiske Maas, compagna di tutta la vita (Fig. 2). Insieme aprono una galleria d’arte a Brera. Hiske coordina numerose mostre di Nik a Londra, Amsterdam, Copenaghen, Stoccolma, Bruxelles, Monaco, Lucerna, Como, Venezia, Vicenza e Messina.
Nel 1969 i due artisti scelgono di vivere in Calabria, a Mammola, presso una grangia certosina del X secolo (Santa Barbara), ormai completamente in rovina. Insieme cominciano a restaurarla, trasformando l’antico insediamento in museo-laboratorio d'arte contemporanea denominato MUSABA (Fig. 3).

Questa decisone non viene subito compresa dalle autorità locali, che causano mille difficoltà burocratiche, che solo il tempo risolve.
Bruno Zevi definisce Spatari “spirito creativo, inquieto ed eretico, alla stregua di Michelangelo, Brunelleschi, Borromini, Eisenman”, chiarendo così l’impossibilità di collocazione in qualsivoglia corrente artistica.
Di sé stesso, Spatari diceva: “Forse sono stato fortunato perché nel silenzio ho potuto vedere il passato, il futuro. E sono arrivato a questo, nel silenzio: immaginando, cercando, sono arrivato a tante scoperte da solo”.
A partire dal 1970 viene realizzato, sui fiumi Torbido e Neblà, MUSABA - Parco Museo Laboratorio Santa Barbara.
Spatari è artista geniale e solitario, uomo dell’antico testamento, simile (anche nell’aspetto) ai patriarchi a cui spesso si è ispirato.
Hiske Maas racconta così il loro MUSABA: “Per noi non è mai stato un museo, questo è un laboratorio atipico, non è il classico contenitore dove metti i quadri. È architettura. Nik utilizza il vecchio rudere integrandolo con il nuovo. Dicono che è un luogo un pò diverso dai soliti paesotti, sì, carini, ma se uno ne ha visto tre li ha visti tutti”, “Hanno iniziato a accusarci di aver rovinato il monumento, partirono denunce su denunce, c’è stato un primo sequestro, poi un processo lungo e sfiancante. Negli anni Novanta dovevano far passare la statale e bisognava fare lo svincolo proprio sul Museo. Ogni giorno subivamo un atto intimidatorio, non c’era più tempo per fare altro, hanno creato il deserto intorno a noi. È stata un’avventura, ma non è stato mai noioso”.
La scelta di ritirarsi nell’ “eremo” di Santa Barbara è dettata dall’idea di trasformare in luogo creativo un pezzo della terra dove Nik è nato e di cui è innamorato.
A Santa Barbara, con il progetto MUSABA, Spatari ha fatto fiorire il deserto. Ha spazzato via i rovi, ha innalzato gruppi scultorei, scoperto resti romani e bizantini.
Per Nik, bambino sordo, i colori divennero l’unico linguaggio: cominciò a dipingere sui muri delle case diroccate e dal dopoguerra in poi non ha mai smesso di cercare nuove forme espressive.
La sua abitazione-studio è stata realizzata in economia utilizzando materiali di riporto recuperati sul posto: pietre del complesso storico o prese negli alvei del Torbido e del suo affluente Neblà. E poi, travi e legname dei vicini boschi, messi a contrasto con ceramiche colorate regalate a Nik da una ditta tedesca.
Negli anni ‘90 inizia a lavorare al “Sogno di Giacobbe”. Ci lavora per quattro anni, dal ‘90 fino al ‘94. Un’opera monumentale tridimensionale di 240 mq realizzata per la chiesa del complesso storico con una tecnica affascinante: matite colorate su multistrato per creare l’effetto plastico delle figure sospese, acrilici per il fondo.
Un lavoro per molti versi autobiografico, perché l’artista si riconosce nella vicenda insieme drammatica ed esaltante del figlio di Isacco, tanto da dare a Giacobbe il proprio volto e a quello dell’amata Rachele il viso della sua compagna Hiske.
Realizza la serie “Pinakes” ispirata alle antiche tavolette votive fittili che i sacerdoti locresi solevano appendere ai rami degli alberi. Le tavolette rappresentano uomini, idoli, animali e paesaggi.
09 Maggio 2022
Autore: 4046
2026 © Copyright ORL.NEWS - Eureka Srl - C.F. e P.I. 01841430463
Testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Milano (n.35 del 26/02/2020)
Consulta l'informativa sulla privacy | Contatti