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Pubblicata sulla rivista International Journal of Pediatric Otorhinolaryngology, una panoramica statunitense approfondisce le cosiddette non-syndromic mimics, che oggi si possono diagnosticare tempestivamente grazie alle tecniche di sequenziamento genetico di nuova generazione.
La valutazione e la gestione dei bambini che presentano sordità o ipoacusia neurosensoriale richiedono un approccio multidisciplinare in cui la valutazione genetica rappresenta un passaggio determinante. L’individuazione di un’eziologia genetica fornisce infatti informazioni sull’eventuale progressione dell’ipoacusia e sulle ulteriori anomalie associate, ma anche sulle possibilità di ricorrenza del problema all’interno della stessa famiglia. Prima di tutto si tratta di determinare se il deficit uditivo è sindromico o non sindromico, cioè se si associa ad altre caratteristiche che rientrano nel quadro di una sindrome o se si tratta di un problema isolato. In quest’ultimo caso la sordità/ipoacusia è non sindromica, ma alcune sindromi possono inizialmente presentarsi con il solo deficit uditivo come fenotipo evidente: in questi casi si parla di non-syndromic mimics, cioè di forme sindromiche che si mascherano da non sindromiche. A fornire una panoramica su questi casi, che fino a poco tempo fa rappresentavano una sfida diagnostica quasi insormontabile in termini di diagnosi precoce, è una panoramica statunitense pubblicata sulla rivista International Journal of Pediatric Otorhinolaryngology.
La rivoluzione del sequenziamento genetico di nuova generazione
Come spiegano gli autori, ci sono più di 300 forme di sordità/ipoacusia di carattere sindromico e più di 120 geni associati a forme non sindromiche, ma le attuali tecniche di sequenziamento genetico di nuova generazione consentono di individuare enormi quantità di geni contemporaneamente, in modo relativamente economico. Oggi infatti, anche in assenza di riferimenti clinici che suggeriscano una diagnosi specifica, è possibile richiedere un singolo test genetico che analizzi circa 150 geni legati a deficit uditivi a costi che con i metodi precedenti avrebbero consentito solo l’analisi di GJB2, il gene responsabile della maggior parte dei casi di sordità autosomica recessiva. Questo ha consentito di ampliare le possibilità diagnostiche e di approfondire le conoscenze sulle forme di ipoacusia/sordità congenita solo apparentemente non sindromiche. Il lavoro statunitense ne analizza tre tra le più frequenti.
Le forme più comuni nell’ambito delle non-syndromic mimics
La sindrome di Usher si trasmette in modo autosomico recessivo e viene classificata in tre sottotipi. Nel tipo 1, che comporta ipoacusia grave e areflessia vestibolare con problemi di equilibrio, gli impianti cocleari rappresentano la scelta migliore, mentre nel tipo 2 il deficit uditivo è meno grave e il ricorso alle protesi acustiche consente lo sviluppo del linguaggio. A caratterizzare la sindrome, i problemi visivi si manifestano solo a partire dalla seconda decade di vita, inizialmente come nictalopia poi con perdita progressiva della visione periferica fino alla residua visione a tunnel.
La sindrome sordità-infertilità, anch’essa trasmessa in modo autosomico recessivo, è causata da una delezione cromosomica omozigote di parte della regione 15q15.3 che riguarda i geni CATSPER2 e STRC. L’unica caratteristica fenotipica è rappresentata da un deficit uditivo lieve-moderato, ma una volta arrivati alla maturazione sessuale i maschi saranno infertili, con anomalie di forma, numero e motilità degli spermatozoi. Per la paternità dovranno ricorrere alle tecniche di riproduzione assistita.
La sindrome di Jervell e Lange-Nielsen è causata dalla mutazione missenso dei geni KCNE1 e KCNQ1. Si presenta con un profondo deficit uditivo alla nascita e un intervallo QT lungo all’ecg che può causare gravi eventi cardiaci precoci come la morte improvvisa del lattante. La soluzione al difetto uditivo è rappresentata dagli impianti cocleari.
Il counselling genetico con le famiglie prima e dopo i test diagnostici
La carrellata statunitense accenna ad altre forme che si possono incontrare nella pratica clinica, come la sindrome di Wolfram, poliendocrinopatia che si presenta tipicamente con l’insorgenza di un deficit uditivo in età pediatrica, o la sindrome di Pendred che comporta inizialmente deficit uditivo congenito e allargamento dell’acquedotto vestibolare, cui si aggiunge, alla pubertà, lo sviluppo di un gozzo eutiroideo. Tutto per sottolineare la complessità di un ambito sul quale le nuove tecnologie stanno facendo luce, ma che porta con sé anche una serie di ricadute per le famiglie dei piccoli pazienti che vanno gestite in modo attento e ricorrendo al counselling genetico sia prima sia dopo gli specifici test diagnostici.
Reference
Gooch C, Rudy N, Smith RJ, Robin NH. Genetic testing hearing loss: The challenge of non syndromic mimics [published online ahead of print, 2021 Aug 16]. Int J Pediatr Otorhinolaryngol. 2021;150:110872. doi:10.1016/j.ijporl.2021.110872
08 Novembre 2021
Autore: 1952