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Globalizzazione, fenomeni migratori, ricercatori e manager che per lavoro si spostano da un continente all’altro. Portando con sé, spesso, la propria famiglia. Negli ultimi decenni è aumentato moltissimo il numero di persone che vivono e crescono i propri figli in Paesi diversi da quello di origine. Di pari passo è cresciuto il numero di bambini che nascono o si trovano a crescere in un contesto bilingue. Cosa succede se uno di questi bambini soffre di ipoacusia? In altre parole, il bilinguismo è un valore aggiunto o, al contrario, un deterrente nella riabilitazione?
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La professoressa Elisabetta Genovese.[/caption]
Per approfondire questo tema di grande attualità, ORL.news ha intervistato Elisabetta Genovese, past president della Società Italiana di Audiologia e Foniatria (SIAF), professore ordinario di Audiologia all’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, dove è anche direttore della Scuola di Specializzazione in Audiologia e Foniatria.
Prof.ssa Genovese quali sono le principali problematiche a livello di sviluppo dell’apprendimento delle abilità scolastiche a cui possono andare incontro i bambini bilingue?
L’immigrazione è un fenomeno strutturato ormai da più di vent’anni che nel nostro Paese ha determinato un mosaicismo di nazionalità, a differenza del fenomeno più omogeneo delle comunità magrebina in Francia e turca in Germania.
Nella nostra esperienza gli immigrati conoscono a volte una o più lingue europee, per esempio i gruppi provenienti dal nord Africa conoscono di norma il francese, gli immigrati dal Ghana o dalla Nigeria l’inglese, anche se talvolta parlano solo un dialetto del Paese di origine.
La capacità di acquisizione del linguaggio è così sviluppata nei primi anni di vita che i bambini bilingue possono padroneggiare due, tre o più lingue in modo incidentale, senza alcun insegnamento. Recenti ricerche hanno dimostrato come le tappe linguistiche si verifichino con la stessa velocità e abbiano le stesse caratteristiche sia nei bambini esposti a una sola lingua sia se lo sono a più lingue.
Dunque, il fenomeno del bilinguismo non è connesso alle capacità di apprendimento scolastico…
Le conseguenze che il bilinguismo può determinare nell’apprendimento delle abilità scolastiche sono correlate, non tanto alla condizione in sé, ma al contesto socioculturale della famiglia e dunque al grado di esposizione alle differenti lingue, così come all’appartenenza a comunità più o meno aperte. Bambini appartenenti a comunità chiuse, che tendono a ridurre al minimo le relazioni con l'ambiente esterno, saranno portati a conservare la lingua materna e a presentare conseguenti difficoltà scolastiche.
Il Position Statement del 2019 della Joint Committe on Infant Hearing afferma di non sottovalutare le ipoacusie di entità lieve e media. Quali sono, secondo la sua esperienza, le principali ripercussioni che una lieve ipoacusia potrebbe causare nello sviluppo del bambino?
In passato l’attenzione era rivolta soprattutto alle conseguenze di perdite uditive moderate, gravi e profonde, sottovalutando le forme di ipoacusia di entità lieve e media.
In realtà qualsiasi tipo di deficit uditivo, anche se lieve, provoca un’alterazione della percezione verbale e un rischio di conseguenti difficoltà linguistiche, in particolare a livello fonetico-fonologico. Non bisogna inoltre sottovalutare anche le conseguenze rilevate nella sfera cognitiva, emotiva e relazionale poiché l’acquisizione di un linguaggio corretto è un importante strumento per entrare in relazione con il mondo circostante.
Quali evidenze abbiamo?
Studi recenti hanno confermato che bambini con perdite uditive minime hanno abilità scolastiche peggiori rispetto ai coetanei normoudenti, per lo più imputabili a maggiori difficoltà di percezione verbale soprattutto in condizioni di ascolto difficile, quale spesso è il contesto scolastico in cui sono inseriti quotidianamente per diverse ore al giorno.
Si può parlare di effetti “cumulativi” in termini di disability per bambini che crescono in un contesto bilingue e che sono affetti da lieve ipoacusia?
Raggiungere una competenza verbale in una lingua rappresenta una prova importante per molti bambini ipoacusici, perché spesso la sordità non consente un accesso adeguato ai contrasti fonetici fini e agli aspetti soprasegmentali di una lingua. In questi casi l’apprendimento incidentale del linguaggio, ossia quell’insieme di stimoli linguistici che coinvolgono ogni giorno il bambino, viene limitato fortemente.
In passato l’apprendimento di una seconda lingua era spesso visto con scetticismo dai professionisti della riabilitazione e si riteneva che potesse interferire con l’acquisizione della prima lingua o addirittura causare un disturbo di linguaggio. All’epoca la diagnosi e la protesizzazione di un’ipoacusia di entità lieve erano tardive, tali da precludere un adeguato ingresso acustico nel periodo di maggiore plasticità neuronale.
Oggi invece...
Oggi, con l’introduzione delle metodiche di screening uditivo neonatale universale e la precoce individuazione dei bambini con ipoacusia congenita, è possibile ripristinare il canale uditivo in modo da garantire un ampio accesso a tutti i tratti fonetico-linguistici. Ciò comporta un maggiore apprendimento incidentale e uno sviluppo percettivo-linguistico adeguato anche in caso di esposizione a più lingue. Il bilinguismo diventa così un obiettivo possibile e raggiungibile per molti bambini ipoacusici.
Va comunque ricordato che le ipoacusie di entità lieve spesso sfuggono allo screening neonatale universale e quindi anche oggi è importante un follow-up dello sviluppo delle abilità percettive, uditive e linguistiche nei primi anni di vita. Un’ulteriore criticità è rappresentata dal periodo in cui il bambino ipoacusico inizia a essere esposto al bilinguismo: se la periferia uditiva viene corretta in epoca precoce non si rilevano difficoltà linguistiche.
Anche se non del tutto confermato, si ritiene che in bambini bilingue vi sia una maggiore capacità di working memory. Quali possono essere dunque i vantaggi in termini di recupero uditivo in bambini bilingue?
Il vantaggio di un’esposizione al bilinguismo è stato ampiamente studiato in età evolutiva, soprattutto in funzione dell'età dei soggetti esaminati: pare che si manifesti già in fase pre-linguale. Ciò che permette a un bambino bilingue di sviluppare un certo vantaggio cognitivo è la continua esposizione in tutti i contesti di vita quotidiana a codici linguistici diversi. L’esposizione parziale e limitata a contesti specifici non consente al soggetto di accedere a quel vantaggio cognitivo che solo chi è costantemente esposto a più lingue può ottenere; è evidente quindi l’importanza di favorire questa condizione preservando la L1 e favorendo l'acquisizione di una L2. Molti autori concordano sull’effetto positivo che l’esposizione simultanea a più lingue ha sullo sviluppo cognitivo, in particolare nel problem solving, nella flessibilità, nella creatività e nella capacità di anticipazione.
28 Settembre 2020
Autore: 1404
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