ONCOLOGIA
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Il tromboembolismo venoso (TEV) rappresenta una complicanza temibile in ambito chirurgico, eppure resta poco studiato nei pazienti oncologici sottoposti a interventi per tumori della testa e del collo. A colmare questa lacuna è una nuova ricerca pubblicata su Oral Oncology, condotta da un team dell’Università della Cina Centrale del Sud, guidato da Wei Li. Il lavoro si è posto due obiettivi fondamentali: identificare i fattori di rischio indipendenti per lo sviluppo diTEV in questa popolazione e proporre un modello di valutazione clinicamente applicabile per la stratificazione del rischio.
Il cancro della testa e del collo, settimo per incidenza a livello globale, è dominato dal carcinoma a cellule squamose. Come altre neoplasie, può alterare profondamente l’omeostasi emostatica, favorendo uno stato di ipercoagulabilità. A fronte di una morbilità elevata e di un rischio significativo di embolia polmonare, la mortalità ospedaliera correlata a TEV resta alta, rappresentando la terza causa di decesso dopo interventi chirurgici. Nonostante la percezione diffusa che la chirurgia testa-collo comporti un rischio trombotico relativamente basso, i pazienti oncologici di questa categoria presentano caratteristiche – come l’età avanzata, la frequente presenza di comorbidità e la complessità chirurgica – che li rendono particolarmente vulnerabili.
Lo studio ha incluso retrospettivamente 1.122 pazienti sottoposti a resezione radicale per tumori della testa-collo presso il Third Xiangya Hospital, tra il 2014 e il 2022. Sono stati esclusi i pazienti trattati con chemioterapia preoperatoria o terapia anticoagulante, in modo da isolare meglio i fattori chirurgici e clinici rilevanti. Il TEV è stato diagnosticato mediante ecografia a compressione o angio-TC, e le analisi statistiche sono state condotte con modelli multivariati e a rischio competitivo.
Nel campione analizzato, l’incidenza complessiva di TEV è stata del 2,3%, con 16 pazienti che hanno sviluppato TVP isolata e 10 che hanno avuto una forma con coinvolgimento polmonare (EP). Sebbene questa percentuale sia risultata inferiore rispetto ad altre casistiche internazionali, gli autori attribuiscono il dato all’efficace implementazione della profilassi tromboembolica nella loro struttura. Purtroppo, 4 pazienti (0,4%) sono deceduti per insufficienza circolatoria acuta post-operatoria.
L’analisi multivariata ha permesso di individuare alcuni fattori di rischio indipendenti per lo sviluppo di TEV: età superiore ai 60 anni, abitudine al fumo, iperlipidemia, malattia polmonare preesistente, elevato numero di neutrofili, emoglobina bassa, D-dimeroaumentato e durata dell’intervento superiore alle tre ore. Non hanno invece mostrato significatività indipendente fattori come sesso, BMI, diabete, stadio TNM o l’impiego di cateteri centrali inseriti perifericamente (PICC), pur essendo emersi come fattori di rischio in alcune analisi univariate.
Sulla base dei fattori identificati, gli autori hanno sviluppato un modello predittivo di rischio, strutturato su 12 variabili con punteggi differenziati. Il sistema consente di classificare i pazienti in due categorie: a basso rischio (punteggio totale = 1), per i quali è sufficiente una profilassi di base, e ad alto rischio (punteggio > 2), per i quali sono raccomandate misure profilattiche combinate, sia fisiche che farmacologiche. Secondo l’analisi a rischio competitivo, il rischio di sviluppare TEV nei pazienti ad alto rischio era oltre 27 volte maggiore rispetto alla popolazione generale analizzata.
Questo modello ha un valore clinico immediato: permette ai chirurghi e ai team multidisciplinari di personalizzare l’approccio preventivo al TEV, minimizzando da un lato il rischio di eventi tromboembolici nei pazienti ad alto rischio, e dall’altro evitando un uso inappropriato di anticoagulanti nei pazienti a basso rischio, con conseguente riduzione del rischio emorragico. La profilassi di base consigliata include educazione del paziente, mobilizzazione precoce, idratazione e esercizi degli arti inferiori, mentre quella intensiva può prevedere l’uso di calze compressive, dispositivi pneumatici e anticoagulanti come eparine a basso peso molecolare o rivaroxaban.
Lo studio sottolinea anche alcune considerazioni biologiche e tecniche. I fattori pro-infiammatori come i neutrofili elevati e la ridotta mobilità postoperatoria sembrano giocare un ruolo importante nella genesi del TEV in questo gruppo di pazienti. Sebbene i cateteri PICC non siano risultati un fattore indipendente, alcuni casi di TEV ne hanno comunque evidenziato la potenziale responsabilità, suggerendo prudenza nel loro impiego e la necessità di monitoraggio attento.
Come ogni studio retrospettivo monocentrico, anche questa ricerca presenta limiti, tra cui il rischio di bias legato alla qualità delle cartelle cliniche e un follow-up non sempre sufficiente per valutare eventi tardivi. Tuttavia, la dimensione del campione, la qualità della raccolta dati e la robustezza statistica conferiscono solidità ai risultati.
In definitiva, questo studio funziona come una sorta di “previsione meteo” per il decorso post-operatorio dei pazienti oncologici testa-collo: se il punteggio è alto, meglio prepararsi alla “tempesta” con misure preventive adeguate. Questo tipo di approccio predittivo può rendere il “viaggio” del paziente verso la guarigione più sicuro, prevenendo complicanze evitabili e ottimizzando l’uso delle risorse cliniche.
Xiao J, You M, Song Y, Gao R, Wang X, Tan G, Li W. Risk factors and a risk assessment model for venous thromboembolism in head and neck cancer surgery. Oral Oncol. 2025 May;164:107288. doi: 10.1016/j.oraloncology.2025.107288.
03 Settembre 2025
Autore: Redazione
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