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Un importante studio pubblicato su JAMA Otolaryngology–Head & Neck Surgery accende i riflettori sul ruolo della perdita dell’udito come fattore di rischio modificabile per la demenza. Condotto da Jason R. Smith e da un ampio team multidisciplinare, il lavoro ha valutato quanto la perdita dell’udito contribuisca all’incidenza della demenza negli anziani, stimando la cosiddetta Population Attributable Fraction (PAF) e analizzando le variazioni di tale stima in base a età, sesso, razza e modalità di rilevazione del deficit uditivo.
Il contesto è ben noto: la prevalenza della demenza è destinata a triplicare nei prossimi decenni a livello globale, rendendo sempre più urgente l’identificazione e la gestione dei fattori di rischio modificabili. Tra questi, la perdita dell’udito occupa un posto di rilievo. Colpisce oltre i due terzi degli adulti anziani negli Stati Uniti ed è spesso trattabile, anche grazie all’evoluzione tecnologica degli ausili uditivi. Tuttavia, le precedenti stime del contributo della perdita uditiva al rischio di demenza erano molto variabili, in parte a causa della diversa modalità con cui veniva misurato il deficit uditivo: test obiettivi vs autodichiarazione.
Lo studio è stato condotto nell’ambito dell’Atherosclerosis Risk in Communities Neurocognitive Study (ARIC-NCS), un’ampia coorte prospettica con un follow-up fino a otto anni (2011–2019). L’analisi ha incluso 2.946 adulti anziani di età compresa tra 66 e 90 anni (età media 74,9 anni), residenti in comunità e senza diagnosi di demenza all’inizio dello studio. I partecipanti sono stati reclutati da quattro diverse aree geografiche statunitensi e sottoposti a una valutazione audiometrica standardizzata durante la visita 6 dell’ARIC, tra il 2016 e il 2017. La diagnosi di demenza è stata stabilita attraverso un algoritmo validato, supportato da un panel di esperti e da dati neuropsicologici, clinici e amministrativi.
Per quanto riguarda la misurazione dell’udito, sono stati impiegati due metodi: uno oggettivo, tramite audiometria tonale pura, e uno soggettivo, tramite questionario (HHIE). La perdita uditiva è stata classificata in lieve (26–40 dB HL), moderata o maggiore (>40 dB HL), oppure assente (<26 dB HL). Circa due terzi dei partecipanti (66,1%) presentavano una perdita uditiva clinicamente rilevante secondo l’audiometria, mentre solo il 37,2% dichiarava spontaneamente di avere problemi di udito.
I risultati sono particolarmente rilevanti: la frazione di rischio di demenza attribuibile alla perdita dell’udito audiometrica è risultata pari al 32%, molto più alta rispetto alle stime precedenti. In particolare, la PAF è stata simile per la perdita lieve (16,2%) e per quella moderata o più grave (16,6%). Al contrario, la perdita uditiva autodichiarata non è risultata associata a un aumento del rischio di demenza, evidenziando come le misure soggettive tendano a sottostimare sia la prevalenza che l’impatto clinico del deficit.
L’analisi stratificata ha inoltre rivelato alcune differenze: la PAF era più alta negli individui di età ≥75 anni (30,5%) rispetto a quelli più giovani (22%), leggermente maggiore nelle donne (30,8%) rispetto agli uomini (24%), e superiore nei bianchi (27,8%) rispetto ai neri (22,9%). In particolare, la perdita uditiva moderata o severa contribuiva in misura maggiore al rischio di demenza nei bianchi rispetto ai neri, suggerendo differenze strutturali o sociali che meritano ulteriori approfondimenti.
Un altro elemento esplorato è stato l’uso degli apparecchi acustici. Sebbene potenzialmente protettivo, il mancato utilizzo di ausili uditivi era associato a una PAF solo moderata (12,9%) e con ampio intervallo di confidenza. Lo studio non ha potuto valutare in dettaglio l’aderenza o l’efficacia dell’uso degli apparecchi, fattore che limita l’interpretazione piena di questo dato.
Nel complesso, i risultati supportano l’idea che trattare la perdita dell’udito potrebbe contribuire significativamente alla prevenzione della demenza negli anziani. La scoperta che un terzo dei casi di demenza incidente potrebbe essere attribuito a un deficit uditivo audiometricamente rilevabile rappresenta un segnale forte per i decisori sanitari e i clinici. In un contesto in cui l’efficacia degli interventi per altri fattori di rischio – come l’inattività fisica o l’obesità – è spesso limitata dall’aderenza o dalla difficoltà di modificare comportamenti radicati, la perdita dell’udito offre una leva concreta e tecnicamente affrontabile.
Lo studio presenta alcune limitazioni. La coorte comprendeva solo partecipanti auto-identificati come bianchi o neri, limitando la generalizzabilità ad altri gruppi etnici. Inoltre, la diagnosi di demenza basata anche su codici ospedalieri e certificati di morte potrebbe non essere sufficientemente sensibile nei casi più lievi. Mancano anche informazioni dettagliate sulla corretta adozione e utilizzo degli apparecchi acustici, così come sull’effetto cumulativo della perdita dell’udito sul rischio cognitivo nel lungo termine.
In definitiva, questo studio funziona come una lente d’ingrandimento: mette a fuoco in modo più preciso di quanto accaduto finora il contributo della perdita uditiva al carico cognitivo nell’invecchiamento. È come scoprire che un piccolo “slittamento” sensoriale – spesso trascurato o minimizzato – può compromettere l’aderenza della “macchina” cerebrale alla traiettoria cognitiva desiderata. Riconoscere, misurare correttamente e trattare precocemente la perdita dell’udito potrebbe, quindi, rappresentare una delle più accessibili e sottoutilizzate strategie per contenere l’impatto crescente della demenza nella popolazione che invecchia.
Ishak E, Burg EA, Pike JR, Amezcua PM, Jiang K, Powell DS, Huang AR, Suen JJ, Lutsey PL, Sharrett AR, Coresh J, Reed NS, Deal JA, Smith JR. Population Attributable Fraction of Incident Dementia Associated With Hearing Loss. JAMA Otolaryngol Head Neck Surg. 2025 Jun 1;151(6):568-575. doi: 10.1001/jamaoto.2025.0192.
27 Agosto 2025
Autore: Redazione
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