RINOLOGIA
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La funzione olfattiva, spesso trascurata nella pratica clinica, si rivela invece un predittore sorprendentemente accurato della mortalità nei soggetti anziani. È quanto emerge da uno studio pubblicato su JAMA Otolaryngology–Head & Neck Surgery, condotto da un team multidisciplinare guidato da Ingrid Ekström del Karolinska Institutet. La ricerca ha esplorato l’associazione tra i deficit olfattivi e il rischio di mortalità per tutte le cause e per cause specifiche, approfondendo anche i meccanismi biologici e clinici che potrebbero mediare tale relazione.
Il punto di partenza dello studio è un dato noto, ma ancora poco sfruttato: una funzione olfattiva ridotta è stata costantemente associata a un incremento significativo della mortalità negli anziani. Le ipotesi alla base di questo legame sono molteplici. Se da un lato il deficit olfattivo può aumentare il rischio di incidenti domestici – come l’ingestione di cibo avariato o l’incapacità di percepire odori di fumo – questi episodi spiegano solo una piccola parte dei decessi. Più frequentemente, la perdita dell’olfatto riflette processi patologici sottostanti, come la neurodegenerazione, e si associa a condizioni croniche tra cui Alzheimer, Parkinson, depressione, malnutrizione, fragilità fisica e infiammazione sistemica.
Per investigare questa associazione in modo approfondito, gli autori hanno utilizzato i dati dello Swedish National Study on Aging and Care in Kungsholmen (SNAC-K), una coorte longitudinale di popolazione residente a Stoccolma. Lo studio ha incluso 2.524 adulti di età compresa tra 60 e 99 anni, privi di demenza al basale, con una valutazione olfattiva eseguita tra il 2001 e il 2004. Il follow-up per la mortalità è stato di 12 anni, fino al 2013, e le cause di morte sono state verificate tramite il registro nazionale svedese.
La funzione olfattiva è stata misurata con il test Sniffin’ Sticks, un protocollo standardizzato che prevede l’identificazione di 16 odori. I punteggi sono stati sia trattati come variabile continua sia categorizzati in tre livelli: normosmia, iposmia e anosmia. L’esito principale era la mortalità per tutte le cause, ma sono state considerate anche le cause specifiche di decesso, tra cui malattie neurodegenerative, cardiovascolari, respiratorie e oncologiche.
I risultati parlano chiaro. Ogni risposta errata al test olfattivo era associata a un aumento del rischio di mortalità del 6% a 6 anni e del 5% a 12 anni. Un peggioramento marcato della funzione olfattiva (equivalente a sei risposte errate in più) aumentava il rischio di mortalità del 42% a 6 anni e del 34% a 12 anni. L’anosmia, in particolare, si associava a un incremento del rischio di morte di circa il 68% nel breve termine e del 67% nel lungo termine rispetto ai soggetti con olfatto normale.
Questa associazione si manteneva robusta anche dopo l’aggiustamento per età, sesso, livello di istruzione, fumo, e altre variabili cognitive e cliniche. Nessuna interazione significativa è stata osservata rispetto al sesso o all’età, ma il genotipo APOE ε4 – noto per il suo legame con le demenze – sembrava amplificare la relazione tra olfatto e mortalità nei primi sei anni di follow-up. Nei portatori dell’allele ε4, ogni risposta errata aumentava il rischio di morte del 15%, contro il 4% nei non portatori.
Quando si sono analizzate le cause specifiche di morte, le associazioni più forti sono emerse per le malattie neurodegenerative. Una compromissione olfattiva marcata era associata a un incremento del rischio di morte per queste patologie pari al 340% a 6 anni e al 184% a 12 anni. Anche la mortalità per cause respiratorie e cardiovascolari era modestamente aumentata, mentre nessuna associazione è stata trovata con la morte per neoplasie.
Un aspetto distintivo dello studio è l’indagine sui potenziali meccanismi di mediazione. A 6 anni, circa il 39% dell’associazione tra olfatto e mortalità era spiegato da tre fattori: demenza incidente (23%), fragilità (11%) e malnutrizione (5%). A 12 anni, la fragilità restava l’unico mediatore significativo, mentre il ruolo della demenza si riduceva, forse per un effetto di selezione nei sopravvissuti. Altri fattori, come depressione, diabete e malattie cardiovascolari, non sono risultati mediatori significativi.
Questi dati rafforzano l’idea che il deficit olfattivo non sia solo un sintomo isolato, ma un “segnale sentinella” di uno stato di vulnerabilità sistemica. Un olfatto compromesso potrebbe riflettere alterazioni neurobiologiche precoci, perdita di plasticità cerebrale, deterioramento del sistema immunitario o modifiche nei comportamenti alimentari e sociali.
Naturalmente, lo studio presenta alcune limitazioni. Il test olfattivo, pur validato, riflette una sola dimensione dell’olfatto. La coorte è geografica e culturalmente omogenea, e le analisi non possono essere automaticamente estese a popolazioni diverse. Tuttavia, la durata del follow-up, la qualità della raccolta dati e l’approccio multifattoriale conferiscono al lavoro un’elevata solidità scientifica.
In sintesi, questo studio offre una prospettiva originale e potente: il naso, spesso ignorato nel bilancio clinico dell’anziano, potrebbe rappresentare una finestra precoce sulla salute globale e sulla sopravvivenza. È come se l’olfatto funzionasse da “barometro biologico”, in grado di anticipare squilibri più profondi e progressivi. Valutare l’olfatto in modo sistematico potrebbe aiutare a identificare i soggetti più fragili, anche prima dell’emergere di segni clinici evidenti, aprendo la strada a strategie di prevenzione e sorveglianza personalizzate.
Ruane R, Lampert O, Larsson M, Vetrano DL, Laukka EJ, Ekström I. Olfactory Deficits and Mortality in Older Adults. JAMA Otolaryngol Head Neck Surg. 2025 Jun 1;151(6):558-566. doi: 10.1001/jamaoto.2025.0174.
30 Luglio 2025
Autore: Redazione
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