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Srikanta K. Mishra, della University of Texas di Austin, negli USA, ha di recente pubblicato uno studio prospettico sulla rivista Hearing Research, che apre nuove prospettive sulla diagnosi precoce del declino uditivo legato all’età, noto come presbiacusia.
Il lavoro si distingue per l’approccio longitudinale e per l’attenzione rivolta alle frequenze ultra-alte (EHF, >8 kHz), un ambito ancora poco esplorato ma che potrebbe rivelarsi cruciale per identificare le primissime fasi dell’invecchiamento uditivo.
La perdita dell’udito rappresenta una delle principali cause di disabilità a livello globale. Solo nel 2019, oltre 1,5 miliardi di persone ne erano affette, con la presbiacusia come forma più comune. Al di là dell’impatto sulla comunicazione, il declino uditivo è stato identificato come il più importante fattore di rischio modificabile per lo sviluppo della demenza. L’identificazione precoce dei primi segni di deterioramento è dunque di grande rilevanza clinica.
È noto che il processo di invecchiamento uditivo inizia con una perdita di sensibilità alle frequenze più alte, attribuita a danni alla porzione basale della coclea e, in particolare, alla perdita delle cellule ciliate esterne. Tuttavia, la maggior parte degli studi si è concentrata sugli anziani e sulle frequenze comprese nell’intervallo audiometrico standard (fino a 8 kHz), lasciando in ombra ciò che accade nelle fasi iniziali dell’adulto giovane, quando l’audiogramma clinico risulta ancora normale.
Il lavoro di Mishra ha seguito per circa due anni 71 giovani adulti sani, di età compresa tra 19 e 38 anni, con audiogrammi normali in entrambe le orecchie. Ogni partecipante è stato sottoposto a due sessioni di test uditivi a distanza di quasi 24 mesi. Oltre alle frequenze standard (0,25–8 kHz), sono state misurate anche le soglie per le frequenze ultra-alte: 10, 12,5, 14 e 16 kHz.
I risultati sono stati sorprendenti. Sebbene tutti i soggetti mantenessero soglie normali nelle frequenze standard, quasi il 30% mostrava già una perdita uditiva nelle EHF, ovvero soglie superiori a 20 dB HL in almeno una di quelle frequenze. Inoltre, il tasso di peggioramento annuo delle soglie uditive era significativamente maggiore per le EHF rispetto a quello osservato nelle frequenze standard. Le frequenze di 12,5 e 14 kHz risultavano particolarmente sensibili, con variazioni medie di soglia rispettivamente di 1,0 e 1,2 dB all’anno.
Un dato ancora più rilevante è che i partecipanti con un peggior PTAEHF (cioè una soglia media più elevata nelle EHF) all’inizio dello studio tendevano a manifestare un declino più rapido anche nelle frequenze più basse nel tempo. In altre parole, la perdita uditiva EHF potrebbe rappresentare un marcatore precoce di un futuro declino uditivo più ampio, visibile solo successivamente nell’audiogramma standard.
Questa osservazione rafforza l’ipotesi che il danno cocleare possa iniziare nelle frequenze ultra-alte, per poi estendersi progressivamente verso frequenze più basse. Da notare che, al contrario, soggetti con peggiori soglie iniziali alle frequenze standard mostravano un tasso di declino più lento, suggerendo un plateau nel deterioramento.
Dal punto di vista clinico, lo studio invita a rivalutare il ruolo diagnostico dell’audiometria EHF, finora trascurata nella pratica quotidiana. Le EHF non solo sono cruciali per la percezione del parlato in ambienti rumorosi e la qualità del suono, ma potrebbero anche offrire una finestra anticipata sui cambiamenti degenerativi della coclea, permettendo di identificare soggetti a rischio ben prima che compaiano alterazioni cliniche evidenti.
Va tuttavia considerato che la ricerca presenta alcune limitazioni. Il monitoraggio si è basato su soli due punti di misurazione in un intervallo di circa due anni, il che può influenzare la precisione del calcolo dei tassi di declino. Inoltre, pur avendo escluso esposizioni a rumori significativi, lo studio non ha utilizzato una dosimetria oggettiva per quantificare l’esposizione al rumore.
Nonostante questi limiti, i risultati di Mishra e colleghi offrono un messaggio chiaro: la perdita uditiva può iniziare ben prima di quanto oggi si consideri clinicamente rilevante, e le frequenze ultra-alte rappresentano un prezioso strumento per intercettarla. L’integrazione dell’audiometria EHF nella routine clinica, soprattutto nei soggetti a rischio o esposti a fattori ototossici, potrebbe trasformare la prevenzione e l’intervento precoce nella gestione della salute uditiva.
Mishra, S. K., Saxena, U., & Rodrigo, H. (2025). Early signs of auditory aging: Hearing declines faster in individuals with extended high frequency hearing loss. Hearing Research,.
17 Luglio 2025
Autore: Redazione
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