OTOLOGIA
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In questi ultimi anni è cresciuta l’attenzione dei ricercatori sulla presbiacusia e la sua relazione con il declino cognitivo, confermata da molti studi epidemiologici e clinici. Ma, nonostante la ricchezza della letteratura scientifica, non è ancora stato raggiunto un consenso sulla natura di questo legame significativo tra il declino uditivo e cognitivo. Fa il punto della situazione un articolo di un team di ricercatori giapponesi, pubblicato sulla rivista Auris Nasus Larynx nel 2019, che passa in rassegna le ipotesi che collegano la perdita dell’udito con il declino cognitivo e la demenza, e discute l’impatto di apparecchi acustici e impianti cocleari sul ritardo della progressione del deterioramento cognitivo. In particolare, la review si focalizza su quattro meccanismi eziologici tra presbiacusia e demenza. La prima è la teoria del carico cognitivo, secondo la quale un carico cognitivo eccessivo dedicato all’elaborazione percettiva uditiva nella vita quotidiana provoca cambiamenti strutturali del cervello e una neurodegenerazione rilevante a scapito di altri processi cognitivi. In altre parole, il carico cognitivo negli individui con problemi di udito distoglierebbe le risorse cognitive da altri processi, come la memoria di lavoro (work memory). Questo potrebbe portare al declino cognitivo. L’ipotesi di causa comune presuppone l’esistenza di un fattore comune responsabile del deterioramento legato all’età nei processi cognitivi e non cognitivi. Sia la perdita dell’udito sia il deterioramento cognitivo sarebbero i risultati di un processo neurodegenerativo legato all’invecchiamento del cervello. Presbiacusia e demenza sono infatti disturbi multifattoriali ed eterogenei, con potenziali fattori eziologici comuni, come l’insufficienza microcircolatoria, la genetica, la salute fisica generale, e lo stress ossidativo. In questa ipotesi, si pensa che la perdita dell’udito sia solo correlata al deterioramento cognitivo come risultato di un fattore neuropatologico, senza, quindi, una relazione di causalità. Secondo l’ipotesi a cascata depressione e isolamento sociale causati dalle difficoltà di comunicazione possono provocare il deterioramento cognitivo, in quanto sono un fattore di rischio per prestazioni cognitive complessive più scarse, declino cognitivo più rapido, funzionamento esecutivo più povero, maggiore negatività e cognizione depressiva. Le modulazioni dell’attività neurale legate alla perdita sensoriale avrebbero un impatto sulle risorse necessarie per eseguire operazioni cognitive di livello superiore. L’impoverimento degli input sensoriali causato dalla presbiacusia ha un effetto neuroplastico sul cervello, che, com’è noto, ha la capacità di organizzarsi in risposta agli stimoli ambientali e all’apprendimento. Se una persona non continua a usare le sue capacità di ascolto e di elaborazione, potrebbe perdere tali capacità (la teoria use it or lose it si applica anche all’elaborazione del segnale uditivo). L’ipotesi della sovradiagnosi è un altro dei possibili meccanismi del legame tra perdita dell’udito e declino cognitivo. La presbiacusia influirebbe sulle prestazioni in alcuni test neurologici e non sul declino cognitivo, causando una sovrastima del livello di deterioramento cognitivo effettivo. Infine, l’ipotesi predittiva. Recenti studi hanno dimostrato che il disturbo di elaborazione uditiva centrale si verifica nelle fasi asintomatiche prodromiche o iniziali del morbo di Alzheimer. Lo screening delle disfunzioni uditive periferiche e centrali, in particolare i test uditivi centrali nelle popolazioni a rischio, è raccomandato come un mezzo efficace per identificare i primi segnali del morbo di Alzheimer.
14 Aprile 2021
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